Cosa accadrà dopo il #metoo e #quellavoltache?

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Cosa accadrà al grande flusso di coscienza collettiva con cui innumerevoli donne hanno espresso la loro indignazione e denunciato i casi personali in cui il potere maschile ha agito su di loro con un abuso, una molestia, una violenza fisica e psicologica?

Qual è il senso compiuto di una denuncia se resta solo sui social, subito soppiantata da un’altra notizia?

L’ingresso della donna in tutti gli ambiti pubblici della società non ha fatto che moltiplicare le occasioni per sottometterla, molestarla, ricattarla, manipolarla. Perché, nel frattempo, non c’è stato un cambiamento culturale nel tessuto sociale maschilista, mai incrinato né messo in discussione.

Due anni fa usciva il libro denuncia “Toglimi le mani di dosso” di Olga Ricci, nel quale l’autrice raccontava le sue esperienze di molestie e ricatti subiti nel mondo del giornalismo.

Olga aveva già creato un blog, Il porco al lavoro, in cui dava spazio a storie di donne con esperienze simili, per mettere in evidenza un fenomeno enorme, sottovalutato e reso invisibile.

Lavori come quelli di Olga hanno fatto da cassa di risonanza a queste storie di abusi e impotenza, portandole ad affiorare da una dimensione individuale a quella collettiva, perché la violenza di genere non è mai solo personale.

Storie come quelle di Olga ci scuotono per riportarci coi piedi per terra, per ricordare a coloro i quali sostengono che nel lavoro le donne hanno raggiunto la parità, se non addirittura che siano “avvantaggiate”, che così non è; per riportare a galla il senso d’impotenza, di confusione, di solitudine e d’isolamento, uniti ai sensi di colpa e incredulità di quando ci troviamo ad affrontare simili abusi. Uno schiaffo a tutte le nostre aspirazioni e competenze, al volere semplicemente fare bene e con passione il nostro lavoro, anche senza orario, per pochi euro, senza prospettive e senza contratto.

Eppure dopo la pubblicazione e divulgazione di “Toglimi le mani di dosso” non c’è stato l’effetto bomba atteso, non c’è stata diffusione a tappeto del dibattito, né una valanga di reazioni come per il caso Weinstein. Perché?

Perché conosciamo le ragioni per cui le donne fanno fatica a denunciare: il rischio è che non ti credano, che dicano che te la sei cercata, che ne hai tratto dei benefici è altissimo.

Non permettiamo che cada il silenzio, che tutto si risolva in un’ondata di denuncia e reazione da social!

L’effetto scia, per essere duraturo e positivo, necessita di un’assunzione collettiva di responsabilità, in ogni contesto sociale.

Abbiamo bisogno di risposte politiche perché si tratta di questioni politiche.

Impegniamoci a trasformare la consapevolezza da personale a collettiva, in modo permanente.

Interroghiamoci sul fatto che c’indigniamo sui social, liberando i nostri demoni, ma in parallelo non reagiamo di fronte a un episodio di molestie e ricatti sessuali occorso a una collega.

Riflettiamo sul fatto che sono tante le variabili e ognuna reagisce diversamente non solo dalle altre, ma a seconda del frangente e del momento di vita.

Bisogna partire dal riconoscimento del danno, senza minimizzare o derubricare.

Se quel #metoo riuscisse a superare la dimensione personale e divenisse una dimostrazione collettiva, per dire “anche se non ho mai subito, io ti credo, io ti supporto, io sto al tuo fianco”, potrebbe diventare collante umano per mandare in soffitta queste barbare modalità di oppressione delle donne in ambito lavorativo e non.

Impegniamoci in prima persona, senza attendere che la cosa ci tocchi e ci riguardi da vicino.

Domani non vogliamo ascoltare i racconti di figlie e nipoti riguardo alle medesime storie di abusi e molestie sul lavoro.

 

Estratto da qui.

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