Istat: il Covid e le disuguaglianze di sempre. Donne e giovani i più colpiti

Il coronavirus ha colpito maggiormente la popolazione più vulnerabili e la mortalità ha penalizzato soprattutto la popolazione meno istruita: la pandemia, insomma, ha semplicemente e impietosamente messo in evidenza le carenze e le fragilità di ogni sistema, da quello economico a quello sanitario a quello climatico e ambientale, da quello sociale a quello educativo. Lo dice il Rapporto Annuale Istat.

 

DONNE E GIOVANI: L’ITALIA FRAGILE DI OGGI E DI DOMANI

Il Rapporto Annuale Istat diffuso il 3 luglio conferma che le vecchie, significative e note disuguaglianze si sono acuite. Niente di nuovo sotto il sole, anzi, forse una buona occasione per affrontare la realtà emersa in tutte le sue contraddizioni, finalmente al di là delle “narrazioni”. La classe sociale di origine influisce ancora, dice il Rapporto, “in misura rilevante sulle opportunità degli individui nonostante il livello di ereditarietà si sia progressivamente ridotto”. Per la generazione più giovane però è “anche diminuita la probabilità di ascesa sociale”. Oggi gli ultra 80enni in Italia sono oltre 4,3 milioni e costituiscono il 7,2% della popolazione italiana e 1 su 4 versa in cattive condizioni di salute. Le difficoltà di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro hanno pesato e pesano soprattutto sulle donne. 

Il Covid19 – gestito in un sistema sanitario carente di personale medico e infermieristico, con un carico di anziani con numerose patologie e con pochi strumenti di cura – ha peggiorato le condizioni di vita dei soggetti fragili: le maggiori difficoltà di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro ha avuto un impatto negativo soprattutto sulle donne, donne che hanno maggiormente subito il clima violento di determinati contesti domestici nei quali sono di fatto rimaste segregate. A partire dal 22 marzo la crescita delle chiamate al 1522 – il numero verde di richiesta di aiuto istituito dal Dipartimento delle Pari Opportunità – ha mostrato un incremento esponenziale per poi decrescere in coincidenza con la Fase 2 e la progressiva e graduale riapertura dal 4 maggio in poi. Secondo l’Istat, per il 9,1% della popolazione, pari a circa 3 milioni di persone, il clima familiare è stato difficile al punto da generare “paura di dire o di fare qualcosa”. 

Malgrado l’aumento delle chiamate di aiuto al 1522, nel periodo di lockdown non emerge però un incremento delle denunce alle forze dell’ordine; sono salite, tuttavia, le chiamate di intervento alle sale operative delle Questure (+8,3% nel primo quadrimestre 2020), con 12.579 richieste di aiuto tra gennaio e aprile 2020: eppure le misure di allontanamento d’urgenza dal domicilio pericoloso sono aumentate del 66,7% nel mese di marzo. La tendenza a trarre maggior vantaggio dal confinamento in casa da parte degli uomini è evidente dalla composizione per genere delle vittime: la percentuale di donne uccise sul totale è stata negli ultimi dieci anni pari a circa un terzo delle vittime, ma nel mese di marzo 2020, in pieno lockdown, ha raggiunto il 57,1%!

 

DONNE E CONCILIAZIONE LAVORO E FAMIGLIA 

I dati del Rapporto annuale Istat sono chiarissimi: il 38,3% delle madri occupate e il 42,6% di quelle con figli da 0 a 5 anni modificano orario, o altri aspetti del lavoro, per adattarli agli equilibri familiari, mentre i padri lo fanno in misura molto minore, rispettivamente 11,9% e 12,6%. 

Come sappiamo da decenni, l’offerta di nidi e di servizi integrativi e strutturalmente carente e diseguale sul territorio nazionale, situazione che va a svantaggio delle donne, soprattutto delle classi economiche basse. Tra le famiglie con bambini, va al nido il 13% di quelle più povere e il 31,2% di quelle più ricche. La carenza di servizi all’infanzia nelle regioni meridionali “produce una penalizzazione aggiuntiva, per i bambini, perché spinge ad anticipare i tempi del percorso scolastico. I bambini che anticipano il loro ingresso alla scuola dell’infanzia, rapportati ai bambini di 2 anni compiuti, sono in media il 15% dei loro coetanei e superano il 20% nelle regioni del Sud. Gli anticipi alla scuola primaria riguardano invece il 16% dei bambini di 5 anni nel Sud contro il 3,4% di quelli del Centro-Nord”. La chiusura delle scuole imposta dall’emergenza per il coronavirus, avverte il Rapporto annuale Istat, “può produrre un aumento delle diseguaglianze tra i bambini: nel biennio 2018-2019 il 12,3% dei minori di 6-17 anni, pari a 850.000, non ha un pc né un tablet ma la quota sale al 19% nel Mezzogiorno e scende al 7,5% nel Nord e al 10,9% nel Centro. Lo svantaggio aumenta se combinato con lo status socio-economico: non possiede pc o tablet oltre un terzo dei ragazzi che vivono nel Mezzogiorno in famiglie con basso livello di istruzione”.

E ancora: “Il 45,4% degli studenti di 6-17 anni, pari a 3,1 milioni, ha difficoltà nella didattica a distanza per la carenza di strumenti informatici in famiglia, che risultano assenti o da condividere con altri fratelli o comunque in numero inferiore al necessario. Svantaggi aggiuntivi per i bambini possono derivare dalle condizioni abitative. Il sovraffollamento abitativo in Italia è più alto che nel resto d’Europa (27,8% contro 15,5%), soprattutto per i ragazzi di 12-17 anni (47,5% contro 25,1%)”. L’Istat stima che “lo shock organizzativo da coronavirus possa aver interessato almeno 853.000 nuclei familiari con figli sotto i 15 anni: 583.000 coppie e 270.000 monogenitori. Si tratta di casi in cui l’unico genitore, o entrambi, svolgono professioni che richiedono la presenza sul luogo di lavoro e sono quindi a elevato disagio da conciliazione se non c’è l’aiuto dei nonni. Tra questi nuclei, sono 581.000 quelli con genitori occupati in settori rimasti attivi anche nella fase del lockdown”. 

 

DONNE E RICERCA DEL LAVORO 

A marzo e più marcatamente ad aprile, mesi clou della pandemia, gli occupati hanno registrato un netto calo: circa 450 mila in meno nei due mesi, soprattutto donne e giovani. A causa delle limitazioni nella possibilità di azioni di ricerca di lavoro, l’effetto della crisi ha determinato un aumento dell’inattività e un calo del tasso di disoccupazione (al 6,3% ad aprile). Le stime provvisorie relative a maggio indicano un rallentamento della discesa dell’occupazione con una diminuzione congiunturale di 84 mila unità (e oltre 600 mila in meno rispetto allo stesso mese del 2019) e una veloce caduta della componente con contratti a termine. 

La fotografia del mercato del lavoro pre-pandemia mostra diseguaglianze crescenti. Gli uomini, i giovani, il Mezzogiorno e i meno istruiti non hanno ancora recuperato i livelli e i tassi di occupazione del 2008. Al contrario le donne segnano un aumento di 602 mila unità mentre gli uomini occupati hanno subito un calo di 332 mila. Ma rispetto alla qualità del lavoro aumentano le diseguaglianze a svantaggio delle donne, dei giovani e dei lavoratori del Mezzogiorno. Con maggiore frequenza si tratta di lavoratori a tempo determinato e a tempo parziale, specie involontario, che occupano posizioni lavorative ad alto rischio di marginalità e di perdita del lavoro.

 

COVID E LAVORO DA CASA

Con il lockdown sono state 4,5 milioni circa le persone che hanno lavorato da casa, più telelavoro che lavoro agile. Le principali difficoltà, quelle che Istat racchiude in “shock organizzativo familiare”, hanno potenzialmente interessato tutti i nuclei con figli minori ed entrambi i genitori occupati o con l’unico genitore che lavora. Si tratta di quasi 3 milioni di nuclei: per oltre 800 mila di essi il mancato aiuto da parte dei nonni ha rappresentato un grave svantaggio. Un milione 337 mila occupati dichiarava già nel 2019 di aver usato la propria casa come luogo di lavoro, ma solo 184 mila lo faceva in modo prevalente. L’emergenza sanitaria ha invece imposto un passaggio, non graduale e nemmeno preparato, al lavoro a distanza in molti settori: il 12,6 per cento ha lavorato in casa a marzo (+8,1 punti in un anno), il 18,5 per cento ad aprile (+14,1 punti) e il 20,1 a maggio (+15,4 punti). A lavorare di più da casa sono state le donne: 24 per cento contro 17 per cento a maggio. E nel Centro-Nord rispetto al Mezzogiorno: rispettivamente 22 e 15 per cento. Gli occupati che hanno lavorato da casa, anche se non necessariamente in via esclusiva, sono aumentati a circa 4 milioni e mezzo a maggio, contro una cifra di 8 milione di persone che potenzialmente potrebbero farlo e che, forse, lo faranno nei prossimi mesi . 

 

NATALITÀ

L’Italia sconta una permanente bassa fecondità, lo sappiamo, in costante calo dal 2010. Il numero di figli effettivo che le persone riescono ad avere non riflette il diffuso desiderio di maternità e paternità presente nel Paese, dice Istat: sono solo 500mila gli individui tra i 18 e i 49 anni che affermano di non avere la maternità/paternità nel proprio progetto di vita. E secondo le previsioni si attende un peggioramento per effetto del Covid. 

La fecondità assieme a istruzione e ambiente sono le principali criticità sulle quali l’Istat sollecita interventi anche quest’anno: “Si tratta di questioni che meritano azioni e investimenti, sia pubblici sia privati, che a loro volta possono costituire una leva essenziale per la ripartenza”, afferma l’Istituto di ricerca nazionale. L’Italia ha affrontato lo shock da pandemia partendo da una situazione di consistente svantaggio in termini di digital divide e anche rispetto ai livelli di istruzione e di investimento in conoscenza. 

Sul fronte dell’istruzione, l’Italia presenta livelli di scolarizzazione tra i più bassi dell’Unione europea, anche con riferimento alle classi di età più giovani. Nell’Ue dei 27 (senza il Regno Unito), il 78,4% degli adulti tra i 25 e i 64 anni ha conseguito almeno un diploma secondario superiore. In Italia l’incidenza e’ del 62,1% (dati 2019).

 

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