No, non è smart working ma lavoro da remoto forzato

Non chiamiamolo smart working e nemmeno lavoro agile perché non lo è: quello che abbiamo fatto nella Fase 1 dell’emergenza coronavirus, e che continueremo a fare nella Fase 2, si può tutt’al più definire telelavoro. O meglio sarebbe, mutuando una locuzione data da Monica Bormetti, lavoro da remoto forzato. 

Bormetti, psicologa impegnata sull’attualissimo tema del benessere digitale, è stata ospite del dibattito in streaming organizzato da Libere Sinergie, il 14 maggio 2020, assieme a Silvia Balestro, avvocata del lavoro; Viviana Meroni, bancaria e rappresentante sindacale impegnata nei progetti di lavoro agile anche prima di questa crisi sanitaria; Luca Pesenti, sociologo esperto di welfare aziendale, che sta conducendo proprio in questi giorni una ricerca il cui risultato è stato anticipato in un articolo del Corriere della Sera.  

Proprio Luca Pesenti ha smontato l’idea che si possa oggi parlare di lavoro agile, nella maggioranza dei casi, non essendoci le quattro condizioni necessarie che lo determinano. Usiamo le sue stesse parole dei requisiti dello smart working:

1) esistenza di una cultura organizzativa dell’impresa che non sia unicamente basata sulla presenza fisica e sul controllo ma sulla reciproca responsabilizzazione e sulla focalizzazione sui risultati invece che sui processi; 

2) esistenza di una politica aziendale della flessibilità degli orari e dei luoghi di lavoro;

3) garanzia da parte del datore di lavoro della dotazioni degli strumenti e delle tecnologie adeguate per il lavoro da casa;

4) disponibilità da parte del lavoratore di adeguati spazi fisici e condizioni ambientali nei quali svolgere il lavoro da casa.

“Se mancano questi elementi, siamo di fronte a telelavoro o, peggio ancora, appunto a lavoro forzato da remoto”, precisa Pesenti.

“Anche per la normativa vigente, il dl 81 del 2017”, conferma l’avvocata Balestro, l’accento va non tanto sulla tipologia del rapporto di lavoro ma sulla modalità del lavoro subordinato, che non sia un semplice trasferimento del lavoro da ufficio a casa. 

Una spia che indica se quello svolto a casa sia smart working o lavoro forzato da remoto, ormai abbiamo adottato anche noi questa definizione, appare essere sicuramente il grado di soddisfazione sia delle imprese sia dei lavoratori: dalla ricerca di Pesenti, come anche dalle analisi di Bormetti, mentre sembra andare meglio per le prime, i secondi si sono ritrovati in una situazione di stress. “Tutte i report internazionali ci dicono invece che chi lavora da casa avendolo deciso liberamente, e con tutti i criteri rispettati, si sente soddisfatto sia sul piano produttivo sia su quello personale”. 

A spiegare bene come tutto questo abbia ricadute pratiche, l’esempio riportato da Viviana Meroni per quanto riguarda la sua realtà lavorativa, la Creval: un istituto bancario nel quale come sindacalista, assieme ai colleghi, prima dell’arrivo del Covid-19 stava cercando di far riconoscere, a chi praticava il telelavoro, diritti come quello alla disconnessione o ai ticket pasto. Poi l’emergenza coronavirus ha fermato tutto e la maggior parte dei dipendenti che si sono trovati a lavorare da casa hanno dovuto farlo con i propri computer e i propri telefoni, tra pressione dei clienti ma anche corsi di formazione ben accetti. 

Ma quali sono le categorie sociali più colpite negativamente da questa organizzazione del lavoro emergenziale in risposta all’emergenza sanitaria? Donne? Uomini? “Quello che possiamo vedere è che il principale elemento discriminante è: figli sì, figli no sotto una certa età, di media 14 anni” indica Pesenti. Una presenza o un’assenza che riguarda tutti in maniera trasversale: una questione di spazi, di tempi, di strumenti di lavoro e di studio, di banda. “Ma sotto traccia le diseguaglianze che si stanno producendo sono diverse, tante, alcune enormi”, aggiunge. 

Ora che nel Decreto Rilancio, e sui giornali, si parla di “diritto allo smart working” e sappiamo ora che oggi parlare di smart working è improprio, quali speranze ci sono per il futuro, se ci sono? Da dove partire? Ci sono modelli a cui guardare, “impossibile copiarne uno”, specifica Pesenti. Che nella diretta ha spiegato come trarne semplicemente spunto per trovare poi una strada italiana, tenuto conto delle specificità italiane. 

Qui tutta la diretta Smart Working | Casa dolce Casa? moderata da Lorella Beretta, giornalista. 

 

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